Podcast Fiabe per Crescere®: Quando il Cielo Cadde sulla Terra — Dare un senso alla realtà ed essere responsabili di azioni e parole
Quando accade qualcosa che non capiamo possiamo non capire neppure cosa proviamo.
E allora si può restare senza parole, spaventarsi, reagire d’impulso o lasciarsi trascinare dal gruppo.
In questa puntata di Pedagogia Flessibile prenderò spunto dalla fiaba Quando il cielo cadde sulla Terra per esplorare il valore educativo della parola, della responsabilità individuale e dell'importanza di potersi rivolgere a un adulto capace di accogliere senza giudicare.
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Capita, durante un gioco o nel corso normale della giornata, che qualcosa di inaspettato interrompa il normale svolgimento delle cose. Magari ci si spaventa, forse ci si fa male: quello che interessa è che si vive una sensazione molto intensa, e se non si hanno ancora le parole per classificarlo, e tantomeno per raccontarlo, le reazioni possono essere molte.
A volte in superficie si osserva solo un broncio, un silenzio insolito, un pianto che sembra sproporzionato. Altre volte i bambini diventano più scontrosi, sembrano maleducati o interrompono il gioco senza motivo apparente.
Questo è quello che si vede dall'esterno, ma sotto pelle può essere che stia succedendo molto di più.
Può essere che si stia strutturando un'intera costruzione interiore che il bambino non sa ancora tradurre in linguaggio, e che a volte fatica persino a riconoscere dentro di sé.
Questo scarto tra ciò che il corpo ha già registrato e ciò che la mente riesce a dire è uno dei territori più delicati e meno raccontati dell'educazione emotiva. È un ritardo fisiologico che non ha niente a che vedere con capricci e disobbedienza: semplicemente il sistema che percepisce e reagisce è più veloce e più antico del sistema che organizza il racconto.
Quando il cielo cadde sulla Terra è una fiaba della collana Fiabe per Crescere® che nasce proprio in questo territorio.
Racconta di Paj, che vive su un'isola e ama cantare sotto la sua palma da cocco preferita. Un giorno qualcosa che non riesce a vedere cade sulla sua testa. Non trova una spiegazione, e la sua mente, per non restare nel vuoto, ne costruisce una tutta sua, che per quanto inverosimile è quella che gli sembra più credibile.
Da qui partono due nodi educativi che come genitori ed educatori vi potreste ritrovare ad affrontare.
Il pensiero magico
Il pensiero infantile non è una versione ridotta di quello adulto: non parte sempre da causa-effetto verificabile. Intreccia percezione, emozione e immaginazione, per cui il vento può avere un umore, un oggetto può cadere "perché voleva cadere", un rumore improvviso può diventare una presenza. Non è un errore di ragionamento da correggere, anzi: è un pensiero in costruzione, che sta ancora imparando a distinguere ciò che è fisicamente possibile da ciò che è emotivamente vero.
Quando Paj ad esempio pensa che sia caduto un pezzo di cielo sta facendo l'unica cosa che la sua mente sa fare davanti a un evento senza causa visibile: costruire una spiegazione, qualsiasi spiegazione, pur di non restare nel vuoto dell'incomprensibile. Un bambino tollera meglio una spiegazione fantastica che l'assenza totale di spiegazione. Il non-senso spaventa più dell'irrealtà.
E' il pensiero preoperatorio descritto da Piaget quasi cent'anni fa, quello che precede la logica delle operazioni concrete. Approssimativamente tra i due e i sette anni il bambino ha un pensiero egocentrico, nel senso cognitivo del termine, animista e magico. Egocentrico perché tende a costruire il mondo a partire dal proprio punto di osservazione; è animista, cioè attribuisce intenzioni e sentimenti agli oggetti inanimati; è magico, cioè tollera spiegazioni che per un adulto sarebbero logicamente impossibili.
Davanti a un'affermazione come questa, abbiamo due strade.
La prima è correggere, magari pensando di sdrammatizzare: "ma no, che sciocchezza, il cielo non cade". È una risposta rapida, spesso involontaria, quasi automatica, ma insegna al bambino che certi pensieri vanno tenuti per sé, perché generano solo derisione o correzione.
La seconda strada è più lenta e richiede di resistere all'impulso di normalizzare tutto immediatamente, aprendo un'indagine insieme e restando per un momento dentro l'ipotesi del bambino prima di offrirne una diversa.
Questo non significa assecondare ogni pensiero magico all'infinito, né trasformarsi in complici di convinzioni che, protratte troppo a lungo o troppo rigide meritano un accompagnamento diverso. Però significa lasciare aperta la porta nel momento stesso in cui il bambino la sta aprendo.
Frasi da evitare invece, almeno in un primo momento, sono: "Ma no, sciocchezze."; "Il cielo non cade, lo sai bene."
Frasi che funzionano possono essere: "Interessante, cosa te lo fa pensare?"; "Raccontami come te lo immagini."; "Anche a me è capitato di non capire subito cosa fosse successo."
La differenza tra queste due reazioni equivale a quella che c'è tra un bambino che impara a nascondere i propri pensieri e uno che impara a condividerli, sapendo che troveranno ascolto prima che giudizio.
Il silenzio, prima del racconto o assoluto se il terreno non è fertile
Paj non dice subito cosa gli è successo: lo tiene per sé. Cammina con un bernoccolo e una domanda irrisolta per tutta la giornata. E non è un dettaglio secondario della trama, ma è esattamente quello che fanno moltissimi bambini, di ogni età e di ogni temperamento.
Ci sono almeno tre ragioni, spesso intrecciate tra loro, per cui un bambino non racconta subito.
A volte non hanno ancora le parole: l'esperienza è troppo grande, troppo confusa, per entrare in una frase.
A volte temono di non essere creduti, soprattutto se la spiegazione che hanno in mente suona improbabile anche alle loro orecchie.
E a volte, e questo è il punto che sfugge più spesso agli adulti attenti e presenti, percepiscono la vostra ansia, il vostro bisogno di rassicurazione immediata, e vi proteggono in silenzio. "Non lo dico, così non si preoccupano, così non si arrabbiano, così tutto resta come prima".
Questo terzo motivo è il più frequente nelle famiglie premurose: un bambino molto legato ai suoi adulti diventerà paradossalmente più bravo a nascondere. Avrà imparato a leggere i loro volti, i loro toni di voce, la loro tensione, e regolerà quello che dice in base a quello che intuisce che saranno in grado di reggere.
Nella storia c’è chi nota il cambiamento, che non interroga ma osserva. E nota che il bambino non ha l'aria allegra di sempre.
Questa figura ausiliaria però non trasforma subito quel silenzio in un problema da risolvere, non pretende una confessione, non insiste. Apre semplicemente una porta senza forzature, confidando che anche i grandi a volte hanno dei pensieri.
Questa è una forma alta di ascolto educativo, perché non chiede al bambino di produrre subito un racconto ordinato. Gli offre solo la certezza che, quando sarà pronto, ci sarà qualcuno capace di ascoltare senza allarmarsi e senza sminuire, e che ciò che prova è normale e lecito.
Nel corpo, prima ancora che nelle parole
Un bambino che porta dentro qualcosa di irrisolto spesso lo mostra nel corpo prima che nel linguaggio — una postura più rigida, un gioco più meccanico e ripetitivo, un'attenzione che si perde più facilmente, un sonno più agitato. Non sono segnali da interpretare in modo allarmistico, ma vale la pena notarli come inviti a rallentare, a offrire spazio, prima ancora di cercare parole.
Così se si nota un bambino "spento" o insolitamente silenzioso, è meglio evitare la domanda diretta e frontale (Cos'hai? Cosa è successo?). Sono formulazioni che spesso ottengono solo un "niente" difensivo. Funziona meglio nominare noi qualcosa di simile (A volte anche io ho pensieri che non so come dire, mi capita quando qualcosa mi spaventa) e poi aspettare, senza riempire il silenzio con altre domande.
Il silenzio condiviso, non interrogativo, è spesso ciò che permette al racconto di arrivare
Il pensiero che restava chiuso dentro, che rischiava di gonfiarsi e deformarsi nell'isolamento, prende aria. Non si risolve immediatamente (il bernoccolo resta, la spiegazione vera non è ancora arrivata), ma l'esperienza diventa condivisibile, e questo da solo alleggerisce.
La storia continua con una situazione complementare, che richiede a sua volta considerazione e una linea di azione. Paj si trova ad essere non più chi subisce qualcosa di incomprensibile, ma chi nelle dinamiche di un gioco di gruppo che accelera finisce per far male a un amico. È un passaggio che chiede agli adulti una competenza educativa diversa e più delicata, per insegnare la responsabilità senza schiacciare, distinguendo il gesto dalla persona e aiutare il bambino a restare in contatto con se stesso anche quando ha sbagliato.
Il concetto di responsabilità quando l'appartenenza al gruppo corre più veloce del pensiero
La seconda parte della fiaba sposta il bambino in una posizione diversa.
All’inizio Paj è colui che riceve un colpo senza capirne la causa. Sente male, si spaventa, costruisce un’ipotesi, trattiene il pensiero e poi riesce a portarlo alla zia. Più avanti accade qualcosa di complementare: Paj entra in un gioco fisico con altri bambini, si lascia prendere dal ritmo del gruppo e si ritrova dentro una sequenza in cui qualcuno si fa male.
Questo passaggio è pedagogicamente molto interessante, perché evita una divisione troppo semplice tra bambini buoni e bambini aggressivi, tra chi subisce e chi fa male, tra chi ha ragione e chi ha torto.
Nella vita reale le cose sono molto più permeabili. Un bambino capace di dolcezza può spingere troppo forte, uno prudente può lasciarsi trascinare. Chi di solito sa aspettare può perdere il controllo quando l’eccitazione collettiva diventa troppo intensa. Questo accade perché il comportamento infantile nasce sempre dall’incontro tra maturazione neurologica, emozione, corpo, contesto, relazione e storia personale.
Il gruppo ha una forza propria.
Quando più bambini corrono, ridono, si spingono, gridano, il corpo entra rapidamente in risonanza. Il tono muscolare sale, il respiro cambia, lo sguardo si aggancia ai movimenti degli altri. La soglia di attenzione si restringe e il gesto parte più in fretta della valutazione razionale.
Ecco perché ciò che pochi istanti prima sembrava un gioco vivace può diventare una situazione difficile da governare.
Dire a un bambino “dovevi pensarci prima” spesso fotografa correttamente il problema, però arriva tardi rispetto al funzionamento reale. Certo, serviva pensarci prima.
La domanda pedagogicamente più utile però è un’altra: quel bambino possedeva già strumenti sufficienti per accorgersi del momento in cui il gioco stava cambiando qualità?
Oppure: aveva già fatto esperienza di sentire nel corpo il passaggio tra divertimento ed eccesso?
Sapeva riconoscere il punto in cui il divertimento e le risate del gruppo cominciano a offuscare la coerenza con il suo solito comportamento?
Aveva già sperimentato che si può dire “basta” restando dentro la relazione?
Queste competenze si costruiscono nei momenti di calma, nelle conversazioni, nei giochi regolati, nelle esperienze corporee accompagnate, nelle parole che l’adulto offre quando il bambino è abbastanza disponibile per ascoltarle.
Durante la crisi invece si protegge, si ferma, si contiene. Solo dopo, quando il sistema nervoso ha abbassato l’attivazione, si può educare davvero.
In questo la fiaba è molto precisa: Paj viene coinvolto in una dinamica, ne sente gli effetti, poi torna a cercare un adulto. Il movimento educativo sta proprio qui. Il bambino non resta solo con il gesto compiuto ma torna nella relazione. Porta ciò che è accaduto in un luogo in cui può essere pensato.
E la zia, ancora una volta, diventa decisiva, perché non gli restituisce un’identità negativa né lo definisce attraverso il gesto. E non cancella la conseguenza, perché non basta chiedere scusa per cancellare l'accaduto. Qualcuno si è fatto male, e questo resta. Però apre uno spazio in cui Paj può guardare ciò che è successo comprendendo la responsabilità senza doversi vergognare.
Questo è un punto centrale per ogni adulto che voglia educare alla responsabilità.
La vergogna blocca. Fa abbassare lo sguardo, irrigidisce le spalle, chiude la bocca, spinge il bambino a difendersi, negare, accusare qualcun altro, scappare o fare finta che nulla sia accaduto. La responsabilità, quando viene accompagnata bene invece permette di rimanere presenti, riconoscere la sequenza che ha causato il danno, sentire l’effetto del proprio gesto e immaginare una riparazione.
Un bambino che sente di essere diventato “quello cattivo” faticherà a pensare. Un bambino che sente di aver partecipato a qualcosa che può essere compreso avrà più possibilità di crescere.
Chiedere "scusa” può essere importante, certo, ma rischia di diventare una formula rapida per chiudere l’imbarazzo dell’adulto o una scorciatoia per uscire dalla situazione, senza aver realmente collegato il proprio gesto all’esperienza dell’altro.
E in questo passaggio inizia la vera riparazione. A volte chiedendo scusa, ma con consapevolezza, a volte offrendosi di sistemare, a volte tornando accanto all’amico. Nella fiaba la riparazione passa anche dalla noce di cocco, dall’acqua dolce bevuta insieme sulla spiaggia, da una condivisione concreta che ricuce il legame e riporta equilibrio là dove si era creata una frattura.
Il corpo ricorda prima della morale
Nella fiaba Paj riconosce la paura dell’amico perché poco prima ha provato qualcosa di simile. Sa cosa significa ricevere un colpo senza capire da dove arrivi, sa cosa significa sentire dolore e confusione nello stesso momento e avere una domanda dentro e non sapere subito come raccontarla.
E' una strada che porta allo sviluppo dell'empatia.
Spesso chiediamo ai bambini di mettersi nei panni degli altri, come se fosse un’operazione immediata. In realtà, per molti bambini piccoli è un compito complesso: richiede decentramento, memoria emotiva, capacità di rappresentarsi l’esperienza altrui e sufficiente regolazione per non restare assorbito dalla simulazione.
La fiaba lavora a livello pedagogico e neurofisiologico, in un modo più profondo: prima fa passare Paj attraverso il proprio corpo, poi lascia che quella memoria corporea diventi ponte verso l’altro. Paj pensa: “anche io ho avuto paura; anche io ho avuto male; anche io non capivo”, e questa forma di empatia incarnata è molto più stabile di quella costruita solo a parole o a spiegazioni.
Per questo quando a un bambino che ha fatto male a un altro si chiede: “ti rendi conto di cosa hai fatto?” - la risposta reale sarebbe: ancora no, perché in questo momento sto cercando di proteggermi dal peso di quello che è successo.
Funzionano meglio formule che riportano il bambino al corpo e alla sequenza.
“Fermiamoci un attimo e guardiamo cosa è successo.”
“Prima correvate. Poi le spinte sono diventate più forti. Poi lui ha sbattuto.”
“Secondo te com’è stato per lui sentire un colpo così forte?”
"Tu prima ti eri spaventato quando qualcosa ti aveva fatto male. Forse anche lui adesso sente qualcosa di simile.”
Il pensiero causale come regolazione emotiva
Nella parte finale della fiaba Paj torna alla domanda iniziale: il cielo può cadere?
La zia lo accompagna a cercare una spiegazione. Non lo umilia per l’ipotesi che aveva formulato e non usa la verità come una correzione frettolosa.
Ma lo aiuta a osservare e ad arrivare alla conclusione: se non pioveva, se gli uccelli erano migrati, se tutto era accaduto sotto l’albero di cocco, forse ciò che era caduto non veniva dal cielo, ma dalla palma.
Ed ecco che la spiegazione arriva come una scoperta, e trovare una causa non serve soltanto a soddisfare la curiosità ma anche a regolare la paura.
Quando viviamo un evento senza capirne l’origine il sistema di allerta si attiva: cortisolo, adrenalina... Il corpo registra l’imprevedibilità come una minaccia, e finché la causa rimane oscura l’esperienza resta aperta.
Non appena la causa diventa comprensibile però il mondo torna un po’ più ordinato e tutto si acquieta. Un pensiero deduttivo permette di collocare l’evento in una dinamica fisica di causa ed effetto e di ricalibrare un equilibrio diverso, più funzionale.
Quando il cielo cadde sulla Terra può essere usata in tutti i contesti familiari, scolastici e professionali in cui i bambini hanno bisogno di lavorare su rabbia, impulsività, paura, senso di colpa, difficoltà a raccontare, bisogno di riparare.
Le attività collegate alla fiaba possono servire a consolidare ciò che la storia ha mosso, portando la fiaba nel corpo e nella relazione.
Il ruolo dell’adulto durante la lettura
In questa fiaba la figura ausiliaria della zia è centrale, e offre un riferimento solido al lettore tanto quanto a Paj: è il modello adulto che la storia presenta a chi legge.
La zia nota il cambiamento. Offre uno spazio. Regge il dubbio. Non ridicolizza l’ipotesi del cielo. Accoglie la rabbia. Aiuta a pensare la sequenza. Restituisce a Paj la possibilità di scegliere diversamente. E' una postura di accoglienza e ascolto che funziona perché quando un bambino racconta una paura, un gesto aggressivo, una fantasia, un pensiero strano o un errore, l’adulto diventa immediatamente parte dell’esperienza.
E può decidere se renderla più visibile oppure più nascosta. Può aiutare il bambino a pensare oppure costringerlo a difendersi.
Il bambino osserva il volto dell’adulto, il respiro, la voce, la fretta, il giudizio che passa anche quando non viene espresso. L’ascolto educativo richiede una regolazione adulta sufficiente perché il bambino possa esplicitare ciò che sente, e potrà farlo serenamente quando sentirà che dall’altra parte c’è qualcuno capace di reggerlo.
E se si sbaglia qualcosa?
Non serve essere sempre perfetti: serve saper tornare disponibili.
Un adulto può sbagliare tono, accorgersene, riprendere il filo e dire: “Prima ho reagito in fretta. Adesso ti ascolto meglio.”: anche questa è educazione.
Anzi, a volte è una delle forme più credibili di educazione alla riparazione, perché mostra al bambino che l'azione di riparare riguarda tutti.
Quando il cielo cadde sulla Terra parla proprio del passaggio dal vissuto confuso all’esperienza pensabile, dal corpo che reagisce alla parola che organizza.
Dalla vergogna che chiude e allontana alla responsabilità che permette di riparare.
Quando un bambino riesce a trasformare un fatto in un racconto, questo può diventare pensiero, che è il fondamento della crescita.
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