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Fiabe per Crescere®: Il Brontolicchio - Quando la Rabbia dei Bambini Arriva Prima delle Parole

Un piccolo innesco per una reazione incontrollata: quante volte la reazione sembra spropositata rispetto a ciò che accade?
Alcuni bambine e bambine faticano a imparare a gestire le emozioni, restano sopraffatti dalla loro intensità, reagiscono eccessivamente o senza un apparente motivo.

In questa puntata di Pedagogia Flessibile affronteremo un discorso che si presenta insieme al corpo che cambia.
Nella prima parte della puntata conosceremo più da vicino la fisiologia della rabbia e le reazioni del corpo per imparare a gestirla. Gli anni passano e il fisico cresce, lo si usa, si sperimenta. A volte la fisicità, propria o altrui, la si subisce. Questo soprattutto quando mancano ancora le parole o quando l'istinto arriva ben prima della ragione.
Nella seconda parte della puntata invece ci dedicheremo al gesto psicomotorio, agli aspetti legati alla co-regolazione degli adulti e a come le fiabe possano seminare i propri contenuti e instillare un germoglio che prima o poi metterà frutto.
Puoi ascoltare le due parti della puntata del Podcast Pedagogia Flessibile qui o cercare sulla tua app di ascolto preferita (Podbean, Spotify, Apple Music, Youtube, Amazon Musica Audible). Oppure puoi continuare a leggere l'articolo per approfondire l'argomento.

Immagina questa situazione: un bambino tranquillo e sereno. Gioca, mangia, sta facendo qualcosa di assolutamente ordinario, da solo o in compagnia. Improvvisamente esplode! Per un motivo che a noi adulti il più delle volte sembra marginale.
O più complicato ancora: senza che riusciamo a identificare un motivo apparente.
Urla, piange disperato, butta tutto per aria, se c’è qualcuno vicino lo spinge via.
E quello che più sconcertante per adulti è che spesso proprio non si riesce a capire cosa mai ci sia di così grave in ciò che è successo. O addirittura non si riconosce un evento chiaramente identificabile, una provocazione evidente.

Eppure eccolo lì: rosso in faccia, rigido, inconsolabile, irraggiungibile anche dall’adulto più competente e paziente: in quel momento sembra non esserci nessuna cosa giusta da fare, e tutte le parole sembrano rimbalzare su un muro.

In questa puntata di Pedagogia Flessibile parlerò proprio di rabbia e impulsività nei bambini:i cosa sono, da dove vengono e perché sono così difficili da gestire. E parlerò di come una storia o delle attività costruite in un certo modo possano fare qualcosa che le spiegazioni, le punizioni e le rassicurazioni non riescono a fare.
Lo farò utilizzando una fiaba che mi sta molto a cuore, nata per aiutare tanti bambini: Il Brontolicchio, che fa parte della collana Fiabe per Crescere® e lavora in particolare non su come eliminare la rabbia - che sarebbe un obiettivo sbagliato - ma su come darle un nome, riconoscerla, prevenirne la crescita e imparare a non lasciarsi travolgere.

 

Prima di parlare della fiaba, parliamo della rabbia

La rabbia è un’emozione primaria. È funzionale, necessaria, presente in ogni essere umano. Non è un difetto di carattere, non è maleducazione e non è l’indicatore di un bambino difficile.
È una risposta biologica a uno stimolo percepito come minaccioso o frustrante, e il sistema nervoso la produce con la stessa automaticità con cui produce, ad esempio, il battito cardiaco.

Trattandosi di qualcosa di automatico e difficilmente controllabile, è utile capire ciò che accade nel cervello durante una crisi di rabbia, perché potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui ci relazioniamo con un bambino arrabbiato. Vediamo insieme un po' di neurofisiologia.
Quando uno stimolo qualunque scatena una sensazione di minaccia, l’amigdala innesca una risposta di allerta. I livelli di cortisolo e di adrenalina crescono.
Il sistema nervoso si prepara ad agire: attaccare, difendersi, scappare o bloccarsi.
In questa frazione di tempo la corteccia prefrontale, che è la parte del cervello che gestisce il ragionamento, la pianificazione, il controllo degli impulsi, la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni, viene di fatto messa da parte: non è utilizzabile né per comunicare né per decidere.

Questo significa che un bambino in piena crisi emotiva non sta scegliendo di comportarsi male, non sta ignorando quello che gli dici, non sta deliberatamente sfidando la tua autorità.
La parte del cervello che gli permetterebbe di farlo semplicemente non è disponibile in quel momento.

Ed è per questo che spiegargli cosa non avrebbe dovuto fare, o chiedergli mentre è ancora in stato di attivazione il motivo del suo comportamento, non può funzionare. 

Questo è il primo fondamentale cambiamento di prospettiva che voglio considerare in questa puntata: la rabbia nei bambini non è un problema comportamentale da correggere, ma piuttosto un’esperienza fisiologica da accompagnare.

 

Gli strumenti per riconoscere rabbia e aggressività 

I bambini tra i quattro e i nove anni sono nel pieno di uno sviluppo neurobiologico straordinario e prima e dopo si preparano e si allenano a questo. La corteccia prefrontale — quella che abbiamo detto che nei momenti di crisi tace — è ancora in costruzione, quindi non funziona al meglio nemmeno nei momenti di calma: figuriamoci in quelli difficili.
Continuerà a maturare fino ai venticinque anni circa, e questo ci fa capire come sarebbe meglio che certi comportamenti fossero accompagnati (per fortuna sempre con minore frequenza) fino addirittura a dopo la maturità anagrafica.

La capacità di autoregolazione emotiva non è scontata e non è innata: è una competenza che si costruisce nel tempo, attraverso l’esperienza, la relazione e la ripetizione. E, in modo più efficace di quanto si immagini, attraverso le immagini, i simboli e le storie.

Il bambino che fatica a regolare la rabbia o che si trova sopraffatto dall’intensità delle emozioni non ha ancora abbastanza strumenti interni per riconoscere il momento in cui l’emozione sta salendo, non riesce quindi a classificarla dandole un nome, per poi riuscire a scegliere come risponderle. Gli strumenti per farlo si costruiscono nel tempo. E la narrazione è uno dei canali più potenti che abbiamo per costruirli, perché lavora esattamente in quella zona di confine dove le spiegazioni razionali non possono arrivare con efficacia.

 

L’esempio del Brontolicchio: cosa succede nella fiaba e perché funziona

Il Brontolicchio è la storia di una personcina che un giorno, mentre gioca nel prato, sente provenire da un cespuglio un suono strano. Un ronzio fastidioso. Un brontolio.
La figura del protagonista non ha un nome né un genere definito, proprio per permettere al bambino di identificarsi liberamente.

Si avvicina per curiosità e per generosità, perché è una personcina gentile, e trova impigliata tra i rami una creatura minuscola come un moscerino, con gli occhi rossi, che si lamenta e brontola senza sosta.
La libera, e il Brontolicchio — che questo è il nome della creatura — invece di essere grato, si lamenta ancora di più. Poi, senza chiedere permesso, sale sulla mano, poi sul braccio, poi sulla spalla, poi si sistema tra i capelli.
E lì continua a borbottare, al punto che il sottofondo ronzante non si sente quasi più.

Ma nei giorni successivi, la personcina cambia. Inizia più del solito a battere i piedi, ad agitarsi, a urlare, a spingere, a mordere: non va più bene niente e basta un nonnulla per perdere il controllo. Gli amici si allontanano. Le persone vicine non capiscono cosa stia succedendo. E la personcina stessa è confusa e disorientata.
Su interesse dei genitori interviene una figura saggia, che riconosce il problema spiegando che un brontolicchio potrebbe essersi sistemato tra i capelli e brontolando pensieri di rabbia e cattiveria — non perché sia malvagio, ma perché non ha strumenti per fare altro.

La soluzione nella fiaba è un rituale per scacciare insieme al moschino anche la rabbia che porta con sé. E al suo posto arrivano leggerezza, pazienza, comprensione e il desiderio di tornare a giocare con gli amici.
Fuori dalle metafore dalla fiaba si impara a riconoscere grazie al vissuto del protagonista (e quindi al proprio) cosa succede e come agire per gestire sempre più tempestivamente e più facilmente l’intensità delle emozioni.

 

Perché questa struttura funziona: le competenze attivate

Ci sono almeno cinque meccanismi pedagogici e neuroscientifici che questa storia mette in moto simultaneamente, e vale la pena analizzarli uno per uno, perché capire i motivi per cui una storia funziona permette di usarla per il meglio. 

Il primo meccanismo: l’esternalizzazione dell’emozione

L’attribuzione della rabbia al Brontolicchio consente di svincolare la responsabilità dalla personcina: è una creatura esterna che si è appiccicata.
L’emozione viene separata dall’identità: la rabbia non è quello che sei, non è quello che ti identifica ma è qualcosa che in questo frangente capita, che si attacca senza essere invitato.

In psicologia e in pedagogia clinica questo processo coincide con l’esternalizzazione, ed è alla base di molte pratiche narrative, perché in questo caso ad esempio permette di non identificarsi con la propria rabbia — non mi considero più il bambino arrabbiato — e apre uno spazio di osservazione e di scelta che prima non esisteva.

Questa distinzione, per un bambino piccolo, è rivoluzionaria, perché cambia il punto di osservazione: invece di essere dentro l’emozione, il bambino inizia ad avere un punto di vista su di essa. E avere un punto di vista su qualcosa significa poterlo guardare, riconoscere, e infine agire su di esso.
Non sono io ad essere cattivo. C’è qualcosa che mi sta influenzando. E allora io posso osservarlo, riconoscerlo se lo incontrerò un’altra volta, e posso scegliere di mandarlo via.


Il corpo come strumento di regolazione

La soluzione che il Vecchio Guardiano propone non è cognitiva. Non è una spiegazione, non è una regola da ricordare, non è una tecnica da applicare razionalmente.
È una sequenza di gesti: radicamento, respiro, gesto rituale e un rinforzo vocale.
  
Le neuroscienze ci dicono che quando il sistema nervoso è in stato di alta attivazione (la cosiddetta risposta di allerta) il modo più diretto per interrompere il ciclo non è attraverso il pensiero (che abbiamo detto essere disattivato), ma attraverso il corpo. La psicomotricità funzionale lavora esattamente su questo: il movimento intenzionale, il contatto con la superficie di appoggio, la respirazione profonda, la voce agita fisicamente sono tutti segnali che il sistema nervoso riconosce come indicatori di sicurezza e che spengono automaticamente lo stato di allerta.

Sentire i piedi a terra con consapevolezza è un atto di grounding che porta il bambino nel presente, nel contatto con la realtà fisica. Pestare i piedi serve proprio a questo. Il respiro profondo abbassa il cortisolo, e per pronunciare la frase ho bisogno di prendere fiato. Il movimento della testa interrompe il pattern motorio della tensione accumulata smuovendo la verticalità e la rigidità della colonna. La voce impegna il sistema vagale e aiuta il ritorno alla regolazione.

Non c’è bisogno di spiegare nulla di tutto ciò al bambino, e non è nemmeno importante che lo impariamo noi adulti: basta sapere come funziona e la storia, con i suoi meccanismi di immedesimazione e i suggerimenti di azione, farà il resto.

Il terzo meccanismo: il contagio emotivo e la consapevolezza relazionale

C’è un passaggio nella storia che raramente si nota alla prima lettura, ma che è pedagogicamente molto ricco.
La personcina non diventa aggressiva per una scelta. Lo diventa per contagio. Il brontolicchio le sussurra pensieri che lei non ha pensato, e lei li esegue come se fossero suoi.

Questo rispecchia qualcosa di reale nel funzionamento umano. Il contagio emotivo è un fenomeno documentato, mediato in parte dai neuroni specchio: tendiamo ad assorbire lo stato emotivo delle persone vicine a noi, specialmente quando siamo in condizioni di vulnerabilità o bassa regolazione. I bambini piccoli sono particolarmente permeabili a questo processo che è poi alla base di alcune teorie della fisica quantistica e di studi attualissimi sul comportamento.

La storia lo racconta in modo comprensibile e non colpevolizzante: non sei cattivo, stavi rispondendo a qualcosa con cui sei entrato in risonanza e poi in sintonia. E insieme suscita una domanda potente — che un genitore o un educatore attento può sollecitare dopo la lettura: hai mai la sensazione che certe arrabbiature arrivino da fuori? Come ti accorgi che una emozione è tua e quando invece arriva da qualcun altro?
Anche se la risposta non viene subito, la domanda, una volta posta, continua a lavorare.

Il quarto meccanismo: il ruolo dell’adulto come co-regolatore

Il Vecchio Guardiano è un personaggio centrale, saggio, che ascolta. 
Non giudica. Non spiega troppo.
Non risolve al posto della personcina: dà lo strumento e chiede se è pronta a usarlo.

In tutta la letteratura sullo sviluppo emotivo infantile, dagli studi sull’attaccamento fino alle ricerche più recenti sulla co-regolazione, emerge una costante: i bambini imparano a regolarsi attraverso la relazione con un adulto che regoli con loro, non per loro. Un adulto che nomini le emozioni senza amplificarle. Che stia vicino senza invadere. Che offra strumenti invece di soluzioni.

Questo ha un effetto anche su chi legge. Chi legge è chi presenta lo strumento, che accompagna il processo, che da fiducia alla capacità del bambino di usarlo.

Il quinto meccanismo: la resilienza come competenza apprendibile ed educabile

Dopo che il brontolicchio se ne è andato, la personcina sente arrivare qualcosa di nuovo: pazienza, comprensione, leggerezza.
Non torna semplicemente alla situazione di prima ma resta con qualcosa in più.

Nei lavori per accrescere la resilienza, che in ambito pedagogico è la capacità di riorientarsi dopo una difficoltà, uno degli elementi centrali è la sperimentazione della riuscita.
I problemi non vanno evitati, ma affrontati e superati per andare oltre.

L’incontro con il Brontolicchio, il coraggio di affrontarlo, la scelta di agire per contrastarlo e la buona riuscita, per un bambino che ascolta la storia, non è solo una sequenza narrativa. È un modello di esperienza. E i modelli di esperienza, quando vengono vissuti attraverso l’identificazione con un personaggio, lasciano tracce cognitive ed emotive che possono diventare risorse interne.

Cosa succede durante la lettura

Fin qui ho parlato della struttura narrativa: ora voglio fermarmi su quello che accade nel momento concreto della lettura, che è dove avvengono le trasformazioni.

Quando si inizia a leggere la storia a un bambino in un momento di relativa calma (non durante una crisi, ma prima del sonno, o in un momento tranquillo), il bambino entra gradualmente in uno stato di ascolto attivo. Il corpo rallenta.
L’attenzione si orienta.
La voce dell’adulto diventa un riferimento sonoro e relazionale.

In questo stato, che ha caratteristiche simili a quello che in neurofisiologia si chiama stato ipnagogico — il confine tra sonno e veglia — il cervello è particolarmente ricettivo alle immagini, alle suggestioni narrative e ai processi emotivi. Non perché sia in uno stato di vulnerabilità, anzi: sentendosi al sicuro e immersi in un racconto che si può vivere senza rischi, le difese cognitive si abbassano e c’è più spazio per l’elaborazione interna.

La storia del brontolicchio, costruita come è, accompagna il bambino attraverso un’esperienza emotiva completa: il riconoscimento dell’emozione difficile, il momento di confusione, l’incontro con chi sa, la scoperta di avere una risorsa, il gesto di liberazione, il ritorno all’equilibrio.

Il bambino non analizza questo percorso ma lo vive, attraverso il personaggio, e traccia un solco interno che può diventare la base di un comportamento futuro.

La versione integrale della fiaba, con il suo ritmo lento e la sua struttura ipnagogica, è pensata per questo tipo di ascolto profondo. La versione in grassetto, più breve e più diretta, è invece una lettura di attivazione, più giocosa o più adatta a bambini con maggiore difficoltà attentiva.

Entrambe funzionano, soprattutto se utilizzare in modo complementare.

Le attività: portare la storia nel corpo e nella relazione

Una fiaba ben costruita lavora già da sola. Ma quando la lettura viene accompagnata da attività pensate per ancorare l’esperienza narrativa nel corpo, nel gioco e nella relazione, l’effetto si moltiplica.
Le attività non hanno lo scopo di verificare la comprensione della storia o l’acquisizione di competenze, ma semplicemente aiutano a portare nel concreto quello che la fiaba ha seminato.

Per Il Brontolicchio, le aree di lavoro sono principalmente tre:

La prima è il corpo.
Il radicamento a terra, il respiro, lo scuotimento della testa e la voce rappresentano già di per sé un’attività psicomotoria completa. E se si imparano e si praticano nei momenti di calma, prima che ce ne sia bisogno, durante il racconto ad esempio per aiutare la figura protagonista, quando non si è in una condizione di allerta, ridendo e prendendosi in giro anche, come in un gioco di ruolo, ecco che il gesto che il bambino ha praticato con leggerezza e con piacere sarà disponibile quando ne avrà davvero bisogno.

La seconda area è il riconoscimento emotivo.
La fiaba introduce un linguaggio: il brontolicchio è quella vocina di rabbia che a volte arriva senza essere stata invitata. Dopo la lettura, questo linguaggio condiviso diventa uno strumento di comunicazione quotidiana. Un bambino che non sa dire “sono arrabbiato” può riuscire a dire “mi sembra di avere un brontolicchio”. E questo piccolo spostamento linguistico è già regolazione: perché nominare è già separare, e separare è già avere un margine di scelta. La presa di responsabilità potrà avvenire in seguito, e sarà molto più facile per il bambino arrivarci. 

La terza area è la consapevolezza relazionale.
La storia mostra con delicatezza cosa succede quando il brontolicchio governa: gli amici si allontanano, la solitudine cresce, la confusione aumenta, i genitori sono confusi. Non come punizione per un comportamento scorretto, ma come conseguenza naturale che il bambino può osservare da una distanza sicura — quella del personaggio.

Per ognuna di queste aree ho costruito attività specifiche, con obiettivi pedagogici precisi, indicazioni per l’età, tempi, materiali e una nota su cosa osservare nel bambino durante e dopo.
Cinque attività sono scaricabili gratuitamente scrivendo a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it..
Le dieci attività complete per questa fiaba invece fanno parte del percorso Fiabe per Crescere®, insieme alle attività per gli altri quattro titoli della collana e alla guida pedagogica d’uso.

Una riflessione finale, prima di chiudere 

Ho scritto questa fiaba pensando a diversi bambini che ho incontrato nel lavoro in studio e nelle scuole.
A quelli a cui veniva attribuita un’etichetta — aggressivo, impulsivo, difficile — prima ancora che qualcuno cercasse di capire cosa stesse succedendo dentro di loro.

La rabbia che non viene riconosciuta si accumula.
Quella che viene punita si nasconde.
Ma quella che viene nominata, rappresentata, e accompagnata con uno strumento, quella può trasformarsi, non inibendo le emozioni ma acquisendo le competenze per gestirle.

Il brontolicchio continuerà ad arrivare.
Lo fa con tutti, bambini e adulti.
Ma quando sai riconoscerlo, quando sai che basta un gesto per cacciarlo (e in realtà quando hai acquisito le competenze per riconoscerne l’arrivo e per affrontarlo), il Brontolicchio diventa semplicemente quello che è: una piccola creatura dagli occhi rossi che brontola, e che puoi mandare via agendo una scelta.

Le Fiabe per Crescere sono disponibili su Amazon, e puoi ascoltare questa puntata sul Podcast Pedagogia Flessibile sulle principali piattaforme di streaming.

Ti aspetto alla prossima puntata di Pedagogia Flessibile

 

 

 

 

© Barbara Bettetini — Fiabe per Crescere® è un progetto del Centro Studi Pedagogici. Tutti i diritti riservati.*


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